Stay Human: un imperativo che la Galleria Bonelli mette in discussione. Due parole che suonano come un comando, un appello, una resistenza. Ma cosa significa, oggi, “restare umani”? E soprattutto: umano rispetto a cosa? Quale umanità si dovrebbe salvare? Quella dell’autonomia, della fragilità, dell’imperfezione? O una nostalgia di un’umanità che forse non è mai esistita, se non come ideale astratto?
È da questa domanda, più che da una risposta, che parte “In Space No One Can Hear You Laugh (Stay Human)”, la mostra inaugurata alla Galleria Giovanni Bonelli di Milano, in via Arcivescovo Romilli 20. Curata da Clarissa Tempestini, l’esposizione riprende, a dieci anni di distanza, una collettiva del 2016 dallo stesso titolo, aggiungendo però quel “Stay Human” che trasforma il progetto in una presa di posizione esplicita sulla condizione umana nell’epoca del post‑umano.
Rispetto al grande filone del post‑umano nell’arte contemporanea, dalla storica mostra Post
Human di Jeffrey Deitch alla Biennale di Venezia 2022, questa esposizione ribalta la prospettiva. Non celebra l’ibrido o il mutante come un dato di fatto entusiasmante, ma interroga criticamente le conseguenze di queste trasformazioni. Usa il post‑umano non come sfondo, ma come problema: è il contesto in cui la domanda “che cosa significa essere umani?” diventa urgente e politicamente carica.La curatrice sottolinea che, rispetto a dieci anni fa, la minaccia non è più solo il controllo esterno, ma la possibilità che la definizione stessa dell’umano venga trasformata dall’interno, da tecnologie, biopotere, algoritmi, nuove forme di sorveglianza.
In questo senso, “stay human” significa affermare che rimanere umani ha valore, anche quando non produce risultati immediati; opporsi a una visione in cui l’umano è riducibile a dati, prestazioni, profili; difendere la fragilità, l’ambiguità, la contraddizione come dimensioni irriducibili. Il titolo gioca su due livelli. Da una parte c’è la citazione di Alien, “In space no one can hear you scream”, trasformata in “In space no one can hear you laugh”.
Il riso al posto dell’urlo: un gesto ambiguo, liberatorio, nervoso, ironico. Dall’altra c’è quel “Stay Human” che il comunicato tratta come un imperativo etico, una resistenza contro un sistema che controlla comportamenti, pensiero, desiderio. Ma il comunicato lascia domande aperte. “Umano” rispetto a quale modello? ma non definisce mai concretamente quale umanità si dovrebbe “salvare”.
La mostra riunisce artisti italiani e internazionali di diverse generazioni, tra cui Michele Gabriele, Petrit Halilaj, Monia Ben Hamouda, Sofia Salazar Rosales, Corinna Gosmaro, Michela Nosiglia, Mattia Moreni, Selma Selman, Francesca Dimina, Julius von Bismarck, Tyra Tingleff, Chiara Calore, Kasia Fudakowski, CCH, Heike Kabisch, Alvaro Urbano, Stephanie Comilang, e propone un percorso attraverso installazione, scultura, video, pittura e performance.
Non è una mostra “illustrativa” del post‑umano, ma una costellazione di sguardi che interrogano che cosa resta dell’umano in un mondo tecnologicamente mediato; come si trasformano corpo, desiderio, memoria, relazione sotto la pressione di sistemi di controllo; quali forme di resistenza poetica, politica, esistenziale sono ancora possibili. Probabilmente la parte più interessante della mostra sarà quella che sfugge alla narrazione curatoriale.
Ci saranno lavori che parlano di cura, lentezza, attesa, fallimento. Corpi che non si riconoscono, oggetti che sembrano più vivi delle persone. E sarà lì, in quelle crepe, che la mostra diventerà utile: non come risposta sul “cosa significa essere post‑umani”, ma come spunto per interrogare come abitiamo il nostro essere umani oggi. Forse “stay human” non è un imperativo eroico, ma una pratica di attenzione. La mostra non offre risposte, ma apre domande.
“In Space No One Can Hear You Laugh (Stay Human)” è visitabile alla Galleria Giovanni Bonelli (via Arcivescovo Romilli 20, Milano) dal 30 settembre al 14 novembre 2026.



