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Siracusa, Italia

Annamaria Russo, in arte ARUSS: quando l’amore si fa colore

Scultura di ARUSS in plexiglass blu con una sfera trasparente al centro

Roma

di Clara Bartolini ·

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La conosco da anni, l’ho vista in atelier tra ceramiche e opere in plexiglass realizzate come cristalli di un futuro già scritto. La sua arte non è un mestiere, ma un modo di amare. E di questi tempi non è poco.

Nel 2024 la Direzione Musei Statali della città di Roma le ha dedicato una doppia mostra antologica per celebrare i suoi sessant’anni di carriera, tra il Museo Boncompagni Ludovisi e il Museo Hendrik Christian Andersen. C’è un momento, entrando nelle sue mostre, in cui ti viene voglia di fermarti e respirare piano. Non per silenzio, ma per quella vibrazione che emana dalle sue opere, come se il tempo si fosse fatto materia, colore, gesto.

Nata a San Salvatore Telesino (Benevento) e romana d’adozione da decenni, Annamaria Russo, in arte ARUSS, è una delle voci più coerenti e versatili dell’arte contemporanea italiana. Pittrice, scultrice, ceramista, grafica, ha insegnato arte nella scuola pubblica a Roma fino al 1997, senza mai smettere di produrre, esporre, sperimentare. Si è formata alle Accademie di Napoli e Roma, allieva di tre giganti del Novecento: Capogrossi, Greco, Ciarrocchi.

Da loro ha ereditato strumenti, non certezze: il segno di Capogrossi, la sensualità di Greco, la malinconia luminosa di Ciarrocchi. Il risultato è tutto suo: una grafia modernissima che non cita la tradizione, la vive. Il suo percorso è un atlante sentimentale: dai grandi piatti di ceramica policroma, ai collage con carte da parati anni Sessanta, dalle “Frecce” lanciate contro il tempo alle “Torri” in plexiglass, microcosmi di luce in dialogo con l’utopia di Hendrik Christian Andersen.

La mostra del 2024 ha attraversato sessant’anni di carriera come una vita intera: ogni opera, un passaggio d’amore, di lutto, di speranza. C’è un capitolo, però, che nei cataloghi non compare ma che chi la frequenta conosce bene: il rapporto con il marito, industriale di professione e poeta per vocazione, Eugenio Pacelli . Lui non ha bisogno di firmare quadri: la sua arte sono le parole. Pubblica i suoi poemi in edizioni intime, talvolta abbinate alle opere di Annamaria, come a dire che l’amore tra loro è anche linguaggio condiviso. Dove lei mette colore, lui mette ritmo; dove lei costruisce torri di luce, lui scrive versi che sembrano scale per salirvi. Il tema ricorrente è quasi sempre lo stesso: amore e arte come due facce di una stessa ricerca di senso. Annamaria non ama i toni trionfali.

Quando le chiedono dei sessant’anni di carriera, risponde con una battuta, sposta l’attenzione su un dettaglio tecnico. Ma chi le vuole bene sa che dietro c’è una consapevolezza rara: ogni opera è un tentativo di fermare il tempo, senza illudersi di riuscirci davvero. La sua arte non è asettica, chiede di essere guardata da vicino, di sentire le irregolarità, le incrinature, le sovrapposizioni. Come una vita. E forse è per questo che, quando esci dalle sue mostre, ti porti dentro una sensazione precisa: non di aver visto “delle belle opere”, ma di aver attraversato una storia. La sua, piena di amore e,in qualche modo, anche la tua.